Essere all’altezza (di un messaggio)

Cosa intendiamo quando diciamo che uno sport è “per famiglie”? Spesso abbiamo ascoltato questa espressione, molto spesso riferita alla pallavolo. Nella sua accezione immediata, in generale, si fa riferimento a un ambiente “sano”, adatto ai bambini, e, nella fattispecie, si vuol dire che i palazzetti dove si gioca siano luoghi di festa, privi di violenza, verbale e fisica. Ma esiste “lo” sport “per famiglie”, davvero? E, se esiste, è per merito delle sue regole di gioco (uno sport come la pallavolo non prevede contatto fisico, ma può bastare?), per una certa qualche qualità morale e culturale di chi lo pratica e lo segue (difficile da dimostrare, antipatico da riconoscersi), per una maggiore educazione del suo pubblico (festoso per definizione o, semplicemente, meno numeroso e, quindi, con minori interessi in gioco)? Francamente non saprei, ma senza dubbio, al netto che si conoscano le ragioni per cucirsi addosso una simile definizione, quel che è importante è esserne all’altezza laddove si usa proprio quell’espressione per dire la propria specificità, la propria identità. Altrimenti il rischio è che ci si fermi a un proclama o a un auspicio.
È allora uno sport per famiglie quello sport che, nel suo campionato, aumenta i turni infrasettimanali in maniera crescente, di stagione in stagione? È uno sport per famiglie quello sport che distribuisce turni di gioco a orari frammentati e per nulla family friendly? È uno sport per famiglie quello sport che porta uno dei suoi spettacoli, come la finale di Supercoppa, in Arabia Saudita? È uno sport per famiglie quello sport che fa terminare la stagione regolare a febbraio e concentra tutto in quattro mesi di gioco? È uno sport per famiglie quello sport che si proclama tale, ma che non si comporta come tale?
Io davvero non so cosa autorizzi qualcuno a definire un determinato sport uno sport per famiglie, ma so che quell’espressione è legittimo utilizzarla se la famiglia è e resta la stella polare, il soggetto e il riferimento di ogni decisione sportiva, culturale, educativa, politica. Altrimenti il rischio è che tutto si riduca a una etichetta o, peggio ancora, a un’altra forma di sportwashing.
Quel che però posso dire, per averlo toccato con mano, è che si può essere sport per famiglie non definendosi d’ufficio tali, ma investendo dal basso in quella direzione, tutti i giorni, di modo che, in un giorno speciale, una partita diventi un’occasione intergenerazionale, una sconfitta non sia l’ipoteca su una festa, i “professionisti” non si dimentichino cosa rappresentano per i più giovani, la narrazione dei risultati non offuschi una vivacità e ricchezza che non dipende da essi e non si riduce a essi.
Sabato 25 ottobre, il giorno dell’esordio in casa della Yuasa Battery, al termine di una partita che tutti avrebbero voluto vedere, al di là del risultato, più lunga e combattuta, ho vissuto un’esperienza duplice. Al termine della partita era prevista la presentazione di tutto il settore giovanile. Prima che iniziasse, c’è stato un lungo tempo di attesa, dovuto alla distribuzione delle divise e intrattenuto con panini per tutti, poi una lunga presentazione con giornalisti e autorità e tra me e me pensavo: “ma perché tutto questo tempo… perché questa attesa dopo una partita andata così… non si poteva fare tutto più velocemente?”. Condizionato dalla delusione del “risultato sportivo”, stavo dimenticando la fatica e la ragione organizzativa di quel momento.
Poi, dopo un po’, sono arrivati tutti quei volti: allenatori e allenatrici, giovani adulti e giovani adulte, giovani ragazzi e giovani ragazze, bambini e bambine. Tantissime persone. Tante squadre. Una appartenenza. Una marea di atleti e atlete, in tuta, con un sorriso spalancato in viso e uno sguardo pieno di orgoglio, un po’ come il sorriso e lo sguardo di genitori, parenti e amici sugli spalti. Alla fine, sono rientrati i giocatori della prima squadra, ancora feriti da risultato e prestazione, ma lì, presenti, abbracciati, applauditi, incontrati. Si sono messi tra loro. La mia rabbia iniziale è scomparsa, sostituita dalla contemplazione di una foto che ha trasformato la curva dei tifosi nella casa degli atleti, tutti, indistintamente. Ora, ripensandoci, mi dico: quello a cui ho assistito è una società che interpreta e vive sulla propria pelle non tanto il fatto di dover essere uno sport “per famiglie”, quanto essere di fatto uno sport “fatto di famiglie”.
Allora forse non esiste uno sport per famiglie, ma esiste uno sport fatto di famiglie, alle quali dire grazie e alle quali dare occasioni di crescita per i propri figli (e in fondo per se stesse). E anche lo sport di vertice, professionistico o semi, economicamente impegnato e impegnativo, deve ricordare che la sua linfa affonda in quelle famiglie. Alla fine, mi sono vergognato di quella rabbia iniziale, me ne sono pentito, perché io per primo non avevo saputo so-stare, dopato dall’ebrezza e dall’adrenalina di quello spettacolo unico che è il palcoscenico dei campioni. E come ho fatto io, spesso viene fatto per lo sport, tutto letto a partire dai campioni, da chi ci è riuscito, dallo spettacolo che forniscono. Così chiediamo loro sempre di più: che reggano botta a ritmi e pressioni, che sappiano ogni volta giocare bene, che sappiano sempre dire cose sensate, che sappiano persino prendere posizione in quanto atleti. E ci dimentichiamo degli uomini e delle donne che sono. Avviene così anche per quelle famiglie. Ce ne dimentichiamo, mentre ci fa gioco renderle protagoniste della nostra narrazione.
Allora, pentito di quella rabbia iniziale ed estasiato da quella foto finale, mi sono detto: chi sono io per giudicare, io che per primo faccio vincere la parte di me che fa il tifoso sulla parte di me che, riconoscente, dovrebbe contemplare tutto il resto? Allora ho ripensato a chi lo sport lo governa, a chi deve fare i conti e deve far tornare i conti, a chi è necessariamente chiamato a distinguere tra sport amatoriale e sport business: quanto è difficile ricordare che dietro l’atleta c’è una persona e quanto è facile dimenticare le famiglie che sono l’anima dello sport per famiglie.
L’appello allora lo faccio, in primis, a me, ma anche a chi, dall’alto di un ruolo di governo e responsabilità rivendica una identità e delle radici e poi finisce per tradirsi e tradirle: ricordiamoci, tutti, che ogni proclama chiede alla realtà di essere alla sua altezza. Chi rivendica una differenza morale e culturale rispetto ad altri sport deve essere all’altezza di ciò che rivendica. Chi crede che in fondo non tutto debba rispondere alla logica dell’interesse ma a quella dell’inter-esse deve essere all’altezza di una coerenza di fondo.
Certamente quella foto, in curva, non si può scattare ogni domenica, ma il fatto che qualcuno, in un piccolo paese delle Marche, l’abbia scattata alla fine di una gara di Superlega, ci avverte, come un monito, che lo sport per famiglie può restare un proclama, mentre uno sport fatto di famiglie deve continuamente essere all’altezza del senso autentico di quei volti e di quelle relazioni. A ogni livello.

Luca Alici

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