M&G dalla A alla Z: A come Atleta

M&G dalla A alla Z, l’alfabeto dei valori in gioco
A come ATLETA

Quando mi si chiede cosa sia per me un Atleta, mi si tocca nel profondo. Spesso, infatti, ci si ferma alla superficie: i muscoli, i punti a referto, la tecnica. Ma la realtà è un’altra. Per capire un Atleta bisogna guardare chi gli sta intorno, perché il paradosso è proprio questo: chi soffre di più nel nostro mondo sono i dirigenti, che ci mettono faccia, tempo e spesso, insieme agli sponsor, anche soldi, e i tifosi, che ci mettono passione. Noi giocatori siamo un po’ “figli del mondo”: oggi siamo qui a Grottazzolina, domani chissà dove. Il vero amore per la maglia, quello viscerale, ce l’hanno in pochi. Eppure, proprio quel legame, così piccolo, quasi invisibile, è la forza più potente che esista: è ciò che fa la differenza quando la partita scotta davvero.

Se sei un giocatore di prima fascia, la tua forza non sta nelle gambe, ma nella testa. Il grande Atleta è forte mentalmente prima ancora di essere dotato fisicamente. Chi non ha questa corazza, alla prima difficoltà va in crisi, sparisce, si spegne. Ed è qui che subentra l’amore per la maglia: è quello scatto d’orgoglio che ti fa superare il limite anche quando tutto sembra andare storto. A volte manca proprio questo, quel piccolo “quid” che cambia il destino di una stagione.
Oggi i tempi sono cambiati profondamente, e lo dico con un po’ di amarezza. Spesso il giocatore moderno non si rende conto di cosa trasmette. Io sono stato dentro il campo e ora lo guardo da fuori: quando un atleta va in tilt, assume un atteggiamento, una faccia, una postura che per un tifoso è inaccettabile. Da fuori, io li “strozzerei” tutti quando vedo quell’atteggiamento di resa! Il tifoso soffre perché non può intervenire, e, se lo fa, finisce spesso per farlo nella maniera sbagliata. Il giocatore, invece, è in una bolla e non capisce che la sua immagine in quel momento è un’offesa a chi ama quei colori.
Poi c’è il tema degli alibi e delle scelte. Una volta non avevi scelta: c’era una porta sola e dovevi sfondarla. Io sono cresciuto senza scarpe, dovevo guadagnarmele per poter mangiare. Avevo fame, quella vera, quella che ti fortifica la mente. Oggi, alla prima panchina o alla minima difficoltà a metà campionato, si pensa già a chiamare il procuratore per scappare altrove. Si è persa quella rivalità sana: se io sono il terzo centrale, devo entrare in campo col coltello tra i denti per rubare il posto al titolare, non sedermi comodo aspettando che finisca l’anno.
La pallavolo è uno sport di squadra, e questo può rappresentare un’arma a doppio taglio. Può essere occasione di crescita insieme o una tana, perché permette di nascondersi dietro agli alibi. Negli sport individuali sei solo con i tuoi demoni; qui, invece, è facile dare la colpa agli altri o all’allenatore. Non sono mai stato d’accordo con l’esonero dei coach: alla fine gli allenamenti sono simili ovunque, da Modena a Piacenza a Grottazzolina. Se arrivi al 15 pari e poi perdi 25-18, la tattica conta fino a un certo punto. Le armi le abbiamo noi in mano. Un vero Atleta è colui che usa la squadra come valore aggiunto, coprendo il compagno in difficoltà oggi, sapendo che domani sarà lui a coprire te. È una questione di cuore, dignità e di quella fame che non si impara, ma si coltiva ogni giorno con il sudore.

Hiosvany Salgado – Ex atleta M&G Scuola Pallavolo, dal 2015 (Serie B1) al 2018 (Serie A2), nell’ambito di una lunghissima carriera spesa per gran parte in Serie A; oggi è un affermato personal trainer.