Siamo tornati a giocare.
Nella vittoria con Ravenna di domenica c’è tanto di più che tre punti in classifica. C’è che si tornava finalmente a giocare dopo poco meno di otto mesi dall’ultima trasferta di Perugia, che aveva chiuso una stagione amarissima. Non tanto per l’epilogo, che se ti chiami Grottazzolina e ti ritrovi, pur per pieno merito, in Superlega devi pure mettere in conto. Ma per come è arrivata. Una sola vittoria, per giunta al quinto set, in casa, contro la penultima in classifica. Un entusiasmo forzatamente sopito da una stagione in cui tutto ciò che poteva andare male è andato male. E ci può stare, è la vita. Si sbaglia e si paga. Ma ciò che non ci può stare è stare fermi OTTO MESI! Duecentoquaranta giorni in cui non hai la possibilità di pensare al match successivo, non hai la possibilità di rifarti, di riscattarti, di tornare a giocare. Perché poi tutto questo è un gioco, non ce lo scordiamo. Duecentoquaranta giorni in cui, una volta svuotati gli armadietti degli spogliatoi e salutati i ragazzi che quel peso hanno dovuto portarselo addosso per mesi (poi c’è chi l’ha sentito di più e chi di meno, ma questo è un altro discorso e non aggiunge nulla allo scritto né cambia il finale, dunque non è interessante), rimangono solo in pochi. Rimangono sempre gli stessi, quelli che dal 2008 ad oggi si sono succeduti, e poi rimasti, per portare avanti un sogno sportivo impensabile, in un piccolo centro in cui fare sport è già tanto. Fare sport, non fare Serie A. Raccogliere un buon numero di giovani, convincerli a non abbandonare la pratica, questo è già tanto. E qui ce ne sono 300, trecento! Con le dovute proporzioni, altre società metropolitane dovrebbero tesserarne migliaia, decine di migliaia per stare al passo. Otto mesi in cui cercare di far capire a tifosi, sostenitori, collaboratori e sponsor delusi che un’annata negativa non pregiudica un percorso, e che quelli che c’erano prima sono ancora lì. Magari tristi, stanchi, a loro volta delusi, ma ancora lì a metterci la faccia. Ravenna dunque non vale solo tre punti, vale molto di più. Vale un sorriso, che mancava da troppo tempo e che ti ridà ossigeno quando devi passare duecentoquaranta giorni a rincorrere, sistemare, riprogrammare, rinnovare e ripartire. Vale un grazie, a tutti coloro che c’erano, ci sono ancora e che nonostante le difficoltà hanno voluto restare, anziché abbandonare. Un grazie a tutti coloro che hanno saputo aspettare, perché l’attesa non è mai scontata (ma a volte può valerne la pena). Ravenna non ha risolto d’incanto tutti i problemi, ma ha riportato tutto alla dimensione che merita, e cioè che la pallavolo è un gioco e che come tale va vissuta. Parlare di una prestazione brillante di Cavuto, degli ace di Fedrizzi, dei muri di Zamagni, del 92% di ricezione positiva di Russo, questo è ciò che ci mancava. E’ arrivata una vittoria, arriveranno altre sconfitte. Ma siamo finalmente tornati a giocare. E questo, per tutti coloro che amano davvero questo “giocattolo”, né più né meno come i bambini amano e custodiscono i propri, è una cosa tremendamente seria. Anzi, è l’unica cosa che conta.